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GUCCIONE
DIARIO PARIGINO

testo di L. Sciascia

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Ci sono pagine di Alain sul disegno - nel Système des beaux-arts e nelle Vingt leçons - che benissimo potrebbero fare da introduzione a questi e ad altri disegni di Piero Guccione; come, peraltro, a quelli di ogni vero disegnatore.«La ligne est l'invention propre au dessin. Car il n'y point de lignes qui circonscrivent les formes; aussi acun artiste ne niera que le dessin soit une interprétation des formes, et una traduction des volumes et des surfaces par des lignes. Ce n'est pas que la nature ne nous présente quelquefois des lignes dans son apparence; mais, chose remarquable, un bon dessin ne suit pas ici la nature... Le dessinateur traduit par des lignes ce qui n'offre point des lignes, et néglige souvent les lignes que la nature lui présente.. La ligne du dessin n'est point l'imitation des lignes de l'objet, mais plutôt la trace d'un geste qui saisit et exprime la forme.» (Système). E ancora, nella diciannovesima delle Venti lezioni: «Le dessin semble être clair comme une idée est claire, par exemple dans Spinoza; mais, ici comme là, cette transparence a des profondeurs..

 

D'où lui vient cette puissance? De l'invention qui lui est propre, de la ligne.» E straordinariamente seducente è, nell'affermare la chiarezza che è insieme profondità, la trasparenza di cose profonde in quella che Savinio chiamava «superficialità» (contro la «profondità» luogo comune, contro la  «profondità» che le persone non «profonde» amano e cercano), il fare esempio delle idee di Spinoza.

 

Queste meditazioni di Alain sul disegno, di cui soltanto qualche tratto, a modo di sommario, abbiamo riportato, presuppongono quelle di Baudelaire e, ancora più indietro nel tempo, di Diderot. Diderot, Baudelaire, Alain: nulla di più intelligente sul disegno nella sua autonomia e libertà è stato detto. E sarebbe operazione da fare un attento raffronto tra le loro meditazioni, a rilevarne concordanze (tante) e contrasti (che forse non ci sono). E parrebbe vengano a contrasto l'affermazione di Baudelaire che eccellenti disegnatori sono i coloristi («disegnano per istinto, quasi a loro insaputa»), con quella di Alain che il disegno non fa richiamo al colore e che la sua perfezione consiste nel non aver rapporto alcuno con la pittura - e invece si conciliano. I coloristi disegnano più autonomamente, più compiutamente, che quelli che Baudelaire chiama «disegnatori puri». Al disegno di un «disegnatore puro»spesso si sente che manca il colore; il disegno di un colorista non ne ha bisogno. E ne facciamo constatazione su questi di Guccione: in cui la linea esclude «la verità dei colori», al punto che quando il colore vi si posa viene come assorbito da quella che possiamo dire «la verità della linea».

 

Ma lasciando questo approssimativo discorso sul disegno e sulla qualità di Guccione come disegnatore, è da dire che i  disegni che qui si raccolgono hanno una storia, e per il fatto che una storia raccontano. Si inscrivono nel tema - siciliano, e si potrebbe anche dire brancatiano per le sottili analisi che ne troviamo nelle pagine di Brancati - dell'apprensione, dell'ansietà; e un particolare momento di apprensione e di ansietà raccontano. Il luogo che i disegni svolgono, in cui il racconto si svolge, è Parigi: una Parigi inconsueta, per un siciliano, una Parigi «diversa»: non meta di una verifica di miti, memorie e vagheggiamenti culturali (e sempre - per un siciliano, per un italiano - con qualche rifrazione erotica) per lunga tradizione coltivati, ma una Parigi estrema e angosciosa meta «medicale», di efficienti cliniche e di prestigiosi guaritori, cui sempre più spesso oggi gli italiani ricorrono. E stare a Parigi per una persona cara gravemente ammalata, anche se la città altrimenti la si è conosciuta e altrimenti la si è amata, è come stare in qualsiasi altro luogo. La camera d'albergo, infatti, le cose che ci sono dentro, quel che si vede dalla finestra, un angolo di strada nella luce mattutina, l'ombra di sé nello specchio, il letto che ha accolto l'insonnia più che il sonno. Ossessivamente, e come se in ogni cosa l'oscura apprensione si addensasse. Quasi delle intermittenze all'immagine, sempre insorgente, dell'ammalata.

 

LEONARDO SCIASCIA
da Guccione. Diario parigino, Edizioni Bambaia, 1984

 

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